Lucretia Estensis de Borgia. Tra biografia e narrazione nelle carte dell'Archivio di Stato di Modena

 

La splendida pergamena qui presentata, del 1517, è nota alla storiografia come Bolla di fratellanza. Con essa il vicario generale del monastero lombardo dell’Ordine degli Eremitani di S. Agostino di Crema riceve la protezione morale e materiale da parte di Alfonso e Lucrezia e concede la partecipazione dei religiosi a indulgenze, messe, preghiere in vita e in morte a favore dei duchi e di tutti i loro discendenti. La Bolla di fratellanza e la sua preziosa miniatura simboleggiano, non solo graficamente, l’unione fra la casata dei Borgia e la dinastia degli Este. Il monastero degli Eremitani aveva già concesso un’analoga Bolla di Fratellanza nel 1474 al duca Ercole I e, in tal senso, la protezione del monastero è un’azione che si indirizza, come già in altri casi, al rafforzamento da parte della coppia ducale dei legami e delle politiche dei loro predecessori. La Bolla di fratellanza di Alfonso e Lucrezia, «sua pudicissima consors religiosissima», reca inoltre la sottoscrizione autografa di Antonio Meli da Crema (1462-1528), personaggio di grande spessore teologico e dotto predicatore, dal 1516 vicario generale del monastero degli Eremitani. Si tratta, come notato da Patrizia Cremonini, dello stesso Antonio Meli autore del Libro de vita contemplativa dedicato a Lucrezia, della quale l’agostiniano era confessore spirituale. Attraverso l’analisi di questo trattato, composto tra il 1512 e il 1513, Gabriella Zarri ha ricostruito i tratti salienti del percorso spirituale della duchessa, descrivendo l’impegno di Lucrezia, nel periodo ferrarese della sua vita, per la ricerca di un miglioramento che si manifestava attraverso preghiere e azioni, come provvedere alle necessità materiali e morali di singole persone, intere comunità, chiese e monasteri. Possiamo dunque immaginare che lo stesso Antonio Meli, una volta nominato vicario generale del monastero cremese, poté suggerire alla devota Lucrezia di concretizzare le sue aspirazioni spirituali concedendo protezioni e aiuti ai religiosi, che avrebbero così potuto pregare per l’anima sua e dei suoi cari. La Bolla di fratellanza costituisce di norma una redazione a cura del destinatario dell’atto (A. Spaggiari): la predisposizione materiale della pergamena avvenne dunque all’interno della Cancelleria ducale. Per un documento di tale rilevanza, il duca si affidò ad uno dei più prestigiosi miniatori operanti alla corte estense sin dai tempi di Ercole I: il maestro Matteo da Milano, già autore di importanti codici, alla cui mano si devono le decorazioni che impreziosiscono il documento. Tale attribuzione, ora confermata, non era ancora sopraggiunta.

Da un punto di vista stilistico la decorazione miniata della Bolla di fratellanza può essere ascritta alla migliore produzione del celebre miniatore Matteo da Milano. Le testimonianze riguardanti l’artista rendono difficile collocare le sue opere all’interno di un corpus ragionato e, proprio per questo motivo, di grande interesse l’attribuzione, cronologicamente certa, qui presentata. Secondo la storiografia Matteo dovette partire da Milano intorno al 1499, all’epoca della caduta di Ludovico il Moro. L’artista è documentato, a partire dal 1502, come operante alla corte degli Este, ove entro il 1506 aveva realizzato, insieme ad altri miniatori, il Breviario di Ercole I. sempre al primo decennio del Cinquecento, dopo il codice erculeo, può collocarsi il capolavoro dell’autore: il Libro d’ore di Bonaparte Ghisilieri. Pur consci delle differenti funzioni di queste due testimonianze manoscritte (un codice di lusso il Libro d0ore Ghisilieri, un documento avente valore giuridico la Bolla di Fratellanza di Alfonso e Lucrezia) è possibile però ravvisare numerose somiglianze tra le fantasiose e raffinate bordure delle carte del codice e la pergamena. Tali affinità rappresentano una limpida testimonianza che il miniatore aveva sviluppato un sistema decorativo efficace e di altissima qualità, capace di adattarsi, nel contesto delle più importanti corti signorili dell’epoca, alle diverse esigenze del committente. Allo stesso tempo lo stile decorativo rimaneva al passo con i tempi ed era riuscito a sopravvivere alle prime grandi trasformazioni in atto nella miniatura padana nel secondo decennio del secolo.

Lorenza Iannacci - Paolo Cova

 

La Bolla di Fratellanza: costruzione di uno stemma familiare

In chiara evidenza nel corpo della decorazione miniata, per la sua profusione d’oro, risulta essere lo stemma partito della coppia ducale, Alfonso d’Este e Lucrezia Borgia. Mentre lo stemma rappresentante la duchessa è quello della famiglia Borgia (ovvero un bue rosso su campo dorato partito con un fasciato d’oro e nero), l’emblema della dinastia estense è sostituito dall’impresa del duca Alfonso I, ovvero dal suo emblema personale, la granata svampante. La palla di cannone coronata da tre lingue di fuoco celebra la potenza militare del duca Alfonso, ed in particolare esalta il suo formidabile parco di artiglierie che umiliarono la flotta veneziana nella battaglia della Polesella (1509) e furono decisive nella battaglia di Ravenna (1512).

Dopo imprese più pacifiche o erudite come la lince bendata di Leonello, lo steccato di Borso o l’anello con diamante di Ercole I, le imprese di Alfonso I esaltano aspetti apertamente guerreschi. Alfonso il duca artigliere veicolò la sua immagine di signore delle armi da fuoco anche nelle arti visive: si pensi al ritratto di Tiziano col duca appoggiato alla bocca di una colubrina o al ritratto di Battista Dossi con un grande cannone in primo piano assieme ad un vittorioso Alfonso e la battaglia della Polesella sullo sfondo.

Due esempi di granate svampanti scolpite in bassorilievo sono presenti tuttora nella chiesa di San Cristoforo alla Certosa e in un capitello di un palazzo di vicolo del Leoncino a Ferrara, così come intagliato in una cornice da specchio appartenuto ad Alfonso o a sua moglie Lucrezia, ora conservato al Victoria and Albert Museum di Londra.

Alberto Palladini

 

Un' inedita miniatura di Matteo da Milano

La carta presenta una ricca decorazione miniata lungo il margine sinistro al centro della quale spicca l’impresa di Alfonso I, con la sua bombarda fiammeggiante su fondo oro, accostata allo stemma dei Borgia. Anche la prima riga, con l’iscrizione dei destinatari della pia concessione, risulta elegantemente decorata su fondo blu a sottili disegni e ghirigori bianchi. Il documento è perfezionato dalla firma autografa del priore degli Eremitani di Sant’Agostino («Idem frater Antonius […] manu propria subscripsi») e dall’apposizione del sigillo pendente del monastero, ancora perfettamente conservato all’interno del contenitore metallico originale.

Per le sue caratteristiche stilistiche, la bella decorazione miniata della Bolla di fratellanza può essere ascritta alla migliore produzione del celebre miniatore Matteo da Milano, documentato, a partire dal 1502, come operante alla corte degli Este. Già al tempo del Breviario di Ercole I, ora diviso tra la Biblioteca Estense di Modena (ms. lat. 424=alfa.V.G.11) e la Strassmayerova Galerija di Zagabria (coll.: Strassmayerova Galerija starich majstora, SG 335-338), realizzato insieme ad altri miniatori entro il 1506, l’artista aveva messo a punto un sistema decorativo di grande impatto visivo, caratterizzato da un profluvio di decorazioni all’antica (cornucopie, acanti, grottesche, drôlerie di varia tipologia, perle, diademi e medaglioni), che costituivano un corollario inscindibile delle efficaci illustrazioni a piena pagina dedicate alle storie sacre. Sempre al primo decennio del Cinquecento, certamente dopo il Breviario erculeo, può collocarsi il capolavoro di Matteo: il Libro d’Ore di Bonaparte Ghisilieri, oggi conservato alla British Library di Londra (ms. Yates Thompson 29). A differenza del manufatto precedente, al tripudio decorativo, ancora legato al “fare artistico” del periodo di Alessandro VI, sembrerebbe qui sostituirsi una ratio compositiva più equilibrata, in linea con le trasformazioni della miniatura padana dell’epoca.

Pur consci delle differenti funzioni di queste due testimonianze manoscritte (un codice di lusso il Libro d’Ore Ghisilieri, un documento con valore giuridico la Bolla di Fratellanza di Alfonso e Lucrezia) è possibile però istituire molteplici confronti tra le fantasiose e raffinate bordure delle carte del codice e la nostra pergamena. Un esempio su tutti il fondo nero, impreziosito dal raffinato tratteggio aureo (cfr. fig. 1), che ritorna continuamente nel codice londinese e caratterizza la decorazione modenese. Stesso discorso per il virtuosistico fregio fitomorfo della Bolla che si alterna a candide perle (cfr. fig. 2), scende parallelo al testo nel margine sinistro e si trasforma in ornamenti che paiono quasi simulare tritoni e cornucopie, ai quali si aggiungono i purpurei coralli pendenti e il diadema ovale posto al di sotto dello stemma. Nonostante le dimensioni minute, nel documento l’artista impone una schietta idea architettonica alla decorazione, che si differenzia rispetto a quella del sontuoso Libro d’ore per la mancanza dei «delicati e coloratissimi fiori di varie fogge e tipologie» (M. Medica, La decorazione delle Ore Ghisilieri, p. 163). Interessante invece l’affinità tra i due bizzari uccelli dorati con il becco spalancato, la lingua prominente e biforcuta, e la medesima figura, posta alla sinistra del medaglione abitato da san Giacomo nel codice Ghisilieri (bas-de-page, c. 11r) (fig. 3).

Paolo Cova